Sant’Agata Dè Goti, Violenza giovanile, la paura corre nelle piazze

Cinque ragazzi aggrediscono 2 giovanissimi. Sono circa 8 gli episodi di violenza solo nel piccolo borgo beneventano

Sant’Agata Dè Goti (Benevento) – Hanno tra i 15 e i 18 anni. Secondo le segnalazioni raccolte, uno dei ragazzi sarebbe stato aggredito e l’amico intervenuto per difenderlo. Cresce la preoccupazione tra famiglie, commercianti e giovani. Dal territorio l’appello: “Le istituzioni devono sapere cosa sta succedendo”

La violenza sulle strade sembra avere un volto sempre più giovane. E insieme alla violenza cresce anche la paura di chi quelle strade le vive ogni giorno: ragazzi, famiglie, commercianti e cittadini.

L’ultimo episodio segnalato è quello avvenuto domenica 20 settembre a Sant’Agata Dè Goti (Benevento), dove, secondo quanto riferito da persone del posto, cinque giovani, di età compresa tra i 15 e i 18 anni, a quanto pare tutti di Limatoa (Benevento) avrebbero aggredito un ragazzo e l’amico intervenuto in sua difesa.

Un episodio che, al di là della dinamica che dovrà essere eventualmente accertata, riaccende un allarme che sul territorio viene ormai percepito con crescente preoccupazione.

Il problema, raccontano alcuni giovani, è che basta sempre meno per trasformare una situazione apparentemente banale in uno scontro. Una parola, una provocazione, un modo di guardare, una discussione nata per motivi che sembrano insignificanti possono diventare il pretesto per arrivare alla violenza.

E così le piazze, i luoghi di ritrovo e le strade frequentate dai ragazzi rischiano di trasformarsi da luoghi di socialità in spazi nei quali prevalgono tensione e paura.

Non sono casi isolati. Nei giorni scorsi altre situazioni di forte tensione sarebbero state segnalate dove sembra sia emerso un coltellino. Altro episodio di cui una lite è avvenuta nei pressi dello chalet “Il Boschetto”.

A preoccupare è soprattutto l’età dei protagonisti.

L’INTERVENTO DI CLEMENTE DI CRESCENZO

Di fronte a questa situazione, alcuni giovani del territorio hanno deciso di chiedere aiuto a Clemente Di Crescenzo, boxer di Maddaloni, che attraverso il suo sportello antibullismo “Calatia Rosa” si è interessato della vicenda, cercando di intervenire per contribuire a riportare la situazione alla calma.

Un intervento che va oltre la dimensione sportiva e che richiama un tema fondamentale: la necessità di intercettare la violenza prima che degeneri, offrendo ai ragazzi punti di riferimento, ascolto e strumenti per affrontare conflitti e situazioni di disagio.

Non è soltanto una questione di sicurezza. È anche una questione educativa e sociale.

LA PREOCCUPAZIONE DELLE FAMIGLIE

A vivere con particolare apprensione questa situazione sono i genitori.

Le testimonianze raccolte raccontano di madri sempre più preoccupate quando i propri figli escono di casa. La frase che ritorna è semplice e drammatica: “Non è vita”.

Non dovrebbe essere normale chiedersi, ogni volta che un figlio o una figlia esce con gli amici, se tornerà a casa senza essere coinvolto in una lite o in un episodio di violenza.

E preoccupa anche un altro aspetto: secondo quanto viene riferito, in alcuni casi, di fronte alle segnalazioni, alcuni genitori tenderebbero a minimizzare o giustificare il comportamento dei ragazzi, attribuendo le loro azioni a motivazioni che non sembrano proporzionate alla gravità degli episodi.

È proprio qui che il problema diventa ancora più complesso.

Perché educare un ragazzo non significa soltanto difenderlo quando sbaglia, ma anche aiutarlo a comprendere le conseguenze delle proprie azioni.

OTTO SEGNALAZIONI IN POCHI GIORNI

Il dato che maggiormente preoccupa chi sta seguendo la situazione arriva dal territorio di Maddaloni: in pochissimi giorni sarebbero state otto le segnalazioni giunte al centro, a testimonianza di un disagio che, secondo chi opera a contatto con i giovani, meriterebbe attenzione.

Un numero che, proprio perché riferito a segnalazioni e non a denunce ufficiali, dovrà essere eventualmente verificato dagli organismi competenti. Ma anche una singola segnalazione, quando riguarda ragazzi così giovani, dovrebbe comunque rappresentare un campanello d’allarme. In qualche caso sono state coinvolte anche ragazzine.

Perché dietro ogni episodio ci sono persone: il ragazzo aggredito, quello che interviene per difenderlo, il gruppo che assiste, le famiglie che vivono la preoccupazione e, dall’altra parte, anche giovani autori di comportamenti che rischiano di avere conseguenze ben più gravi di quanto possano immaginare.

“LE ISTITUZIONI DEVONO SAPERE”

Il sentimento che emerge dal territorio è dunque quello di una crescente inquietudine.

Commercianti, giovani e cittadini chiedono attenzione, perché nessuno vuole che una piazza diventi il teatro abituale di liti e aggressioni.

L’obiettivo non può essere soltanto quello di intervenire quando la violenza è già esplosa. Serve, piuttosto, una rete capace di prevenire: famiglie, scuola, associazioni, sport, servizi territoriali e istituzioni devono poter intercettare i segnali prima che una provocazione si trasformi in un’aggressione.

La presenza delle forze dell’ordine resta naturalmente fondamentale quando si verificano episodi di violenza, ma accanto alla risposta alla singola emergenza occorre interrogarsi sulle cause di un fenomeno che sembra coinvolgere ragazzi sempre più giovani.

Perché una piazza non dovrebbe fare paura.

Dovrebbe essere il luogo dove i ragazzi si incontrano, parlano, ridono, discutono, crescono.

E se oggi alcune madri raccontano di avere paura quando i propri figli escono di casa, forse è arrivato il momento che quella paura venga ascoltata.

Non per criminalizzare una generazione, ma per proteggere i ragazzi dalla violenza e restituire alle comunità luoghi nei quali tornare a vivere con serenità.

Le istituzioni, dunque, siano messe nelle condizioni di conoscere ciò che accade sul territorio. Perché soltanto ciò che viene visto, ascoltato e affrontato può essere realmente prevenuto.

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