Pensioni integrative, per l’Europa poliziotti e militari discriminati da 30 anni
La decisione del Comitato europeo dei Diritti sociali sulle pensioni integrative negate ai lavoratori in divisa

Il Comitato europeo dei Diritti sociali (CEDS) ha bocciato l’Italia per la mancata istituzione dei regimi pensionistici complementari per il personale delle Forze di polizia e militari, evidenziando la grave discriminazione e il pesante pregiudizio che ne subiscono i lavoratori in divisa.
La decisione – Associazione Sindacale Militari (ASSO.MIL.) v. Italy, Complaint No. 213/2022, Report to the Committee of Ministers (vedi allegati) – arriva dopo il ricorso presentato dall’avvocato sannita Egidio Lizza.
La mancata estensione dell’accesso ai meccanismi pensionistici complementari, previsti per le altre categorie di lavoratori pubblici, è una flagrante discriminazione, ingiustificata e sproporzionata, basata esclusivamente sullo status professionale. Una cosa è certa: in Italia chi dovrebbe essere maggiormente tutelato per il lavoro pericoloso e delicato che svolge per la collettività, ha meno protezioni sociali”.
Diverse leggi dello Stato avevano, puntualmente, stabilito le procedure negoziali per giungere, insieme con i sindacati, alla istituzione di tali fondamentali fondi previdenziali integrativi, che oggi coprono tutti gli ambiti pubblici e privati, tranne che per i poliziotti e i militari.
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Le gravi violazioni riscontrate, dunque, comportano una netta perdita economica per questi lavoratori. Secondo l’organismo europeo – che garantisce l’equità dei diritti sociali all’interno dei paesi europei, a partire dai diritti umani legati al lavoro, alla salute, all’alloggio e alla protezione sociale – l’Italia aveva l’obbligo di adoperarsi per migliorare progressivamente il sistema di sicurezza sociale e garantire regimi pensionistici compensativi in modo eguale per tutti in lavoratori. Invece, le rilevate lacune per il comparto sicurezza e difesa dello Stato dimostrano una discriminazione in danno dei loro dipendenti.
“Il Comitato europeo – commenta Egidio Lizza, avvocato specializzato nella tutela internazionale dei diritti umani – afferma che il trattamento differenziale, basato esclusivamente sullo status di poliziotto o militare, comporta una posizione meno favorevole senza scopo e giustificazione legittimi e ragionevoli.
“Dispiace constatare – spiega Federico Menichini, presidente dell’Associazione Sindacale Militare ASSO.MIL. – come l’attuale Governo, che sempre si è dichiarato vicino a poliziotti e militari, abbia fatto di tutto per affossare le nostre legittime rivendicazioni.
Da questo Esecutivo ci saremmo aspettati tentativi di dialogo per trovare un punto di incontro finalizzato a sanare una situazione che si protrae da oltre trent’anni con danni tangibili ed evidenti a tutto il personale interessato.
Ci auguriamo che nel futuro ci sia una maggiore disponibilità al dialogo da parte del Governo onde evitare imbarazzi e ritardi nei legittimi riconoscimenti di una categoria a cui si chiede sempre di più e alla quale si dà sempre meno, e non solo in termini economici”.
Applicando ai comparti Forze armate e Forze di polizia il medesimo schema contributivo oggi vigente per altri dipendenti pubblici aderenti ai fondi negoziali, come i fondi Espero e Perseo (contributo datoriale pari all’1% della retribuzione utile ai fini TFR, a fronte del versamento dell’1% da parte del lavoratore), e assumendo come base un monte salari complessivo stimato in circa 25,14 miliardi di euro annui (ricavato da dati ufficiali sul monte salari 2021, tratti dalle tabelle allegate alla legge di Bilancio del 2022), l’onere potenziale a carico dello Stato ammonterebbe a circa 250 milioni annui da destinare a poliziotti e militari in servizio.
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